I just called to say.

18 Nov

Stanotte non ha piovuto.

La strada è asciutta. Tra qualche giorno brillerà di brina. Le montagne, all’orizzonte, sono spose immacolate. Il sole negli occhi mi fa dimenticare i pensieri, che, come uccelli, migrano al contrario, verso le nuvole. Non penso a mia madre, che continua ad avere paura, non penso a mio padre, che invece non ne ha, e non penso a te, che sei lontano, non troppo, non per molto.

Mi sento sola mentre parlo con la cassiera del negozio di elettronica che mi sorride e mi dice – buona giornata – e lo dice sul serio, come se ci tenesse davvero che le prossime ore per me trascorressero piacevolmente, sola, mentre entro in ufficio e bevo un caffè, e mentre un cinese sputa per terra e parla con un altro cinese in bicicletta – che questo poi, se ci fosse un terzo cinese, potrebbe essere l’esordio di una barzelletta. Mi sento sola anche quando aspetto l’autobus e penso che, se mi succedesse qualcosa di brutto, nessuno si fermerebbe a soccorrermi. E’ sempre stato così, sin da bambina, quando inventavo case minuscole in cui abitare, parlavo con il fantasma Gennaro, contavo le stelle sui biscotti al cacao, gli stessi che pretendevo e che se mancavano eran capricci e minacciavo di non andare a scuola per questo. Essere figli unici. Nessuna tragedia, ma qualche dolore. Per piacere, non fateli i figli unici. Fatene due. Almeno. Ma io non sto pensando a queste cose mentre in questa mattina inaspettatamente luminosa cammino su questa strada, che è tutte le mattine la stessa. Io sono sempre la stessa. Per esempio, in quella foto di gruppo della classe azzurra, scuola materna Cavalcanti, 1985: siamo in venti a sorridere. E siamo tutti bambini, e abbiamo tutti delle tutine di flanella, di quelle che scaldano di un calore sintetico e innaturale, e una grande stella d’argento sul petto. Venti stelle, molte di più di quante qualsiasi biscotto possa contenere. E’ la festa di Natale, per questo siamo vestiti così: bambini astronomici corredati di corona: un misto tra la via Lattea e il presepe. Insomma, quello che intendo è che ci somigliamo tutti, proprio come le stelle viste da lontano di notte, ma se adesso vi chiedessi di indicarmi nella foto col dito, voi mi trovereste al primo colpo. Potete starne certi. E’ la mia espressione che, anche negli anni, non è mai mutata, quella faccia da insoddisfazione perpetua che sembra chiedersi in continuazione – Ma io che ci faccio qui? – e soprattutto – Perché mi stai guardando? –

Quella sera, all’asilo, da lontano, in mezzo agli altri genitori, con la telecamera in mano che mio padre le ha lasciato in dotazione per tutto il tempo della sua assenza, mia madre mi fa segno di sorridere. Fa frusciare l’indice e il medio, senza riuscire a farli schioccare, in alto, sopra le teste degli altri genitori, che sono tutti a coppie, non come la mamma che invece è spaiata, e mi dice CIIIS. Ma la mamma non lo sa mica che cheese vuol dire formaggio. Io mi sforzo, ma mi sa che il sorriso non mi riesce tanto bene: sembra più una smorfia piena d’imbarazzo che una manifestazione di gioia. Però trattengo la smorfia sulla faccia per far felice la mamma. Ci guardiamo un istante. Poi, parte la musica: I JUST CALLED TO SAY I LOVE YOU. E la mamma piange. E io la vedo. Ma continuo a sorridere, con la bocca incrinata dal terrore adesso: che cosa succede alla mamma? Sorrido per lei, che continua a versare lacrime, però vere, non come quelle delle madonne di gesso. E la sua mano trema. E anni dopo, quando rivedrò quel filmino, sarà come guardare i grafici di un movimento tellurico, roba di tettonica a placche. Sullo schermo tutto è irriconoscibile, persino io lo sono: la mia insoddisfazione cancellata in un solo colpo dalla mano di mia madre. Io ti ho fatto, io ti distruggo, come dice sempre mio padre. A saperlo che bastava così poco. L’inquadratura, per un attimo, cattura delle scarpe bellissime. Nere. Di vernice. Col laccetto e il bottoncino. Però la mia faccia nel filmino è irriconoscibile, proprio come questa mattina, troppo celeste per essere vera, con la ragazza bionda in bicicletta che adesso mi ringrazia per averla fatta passare e il signore che fa jogging in tuta in microfibra aderente e mi sorride, anche se sta per pestare una cacca di cane. Oggi è tutto diverso. Ma diverso bello. Un assaggio di un mondo sostenibile. E io cammino e non penso a quest’ultimo anno, al tumore di mia madre e a questa malattia che ha contratto mio padre, prima gravissima, poi grave, adesso stabile, ma comunque senza nome. Non penso nemmeno a te, che sei lontano, ma non troppo, non a lungo e che mi dispiace aver litigato ieri sera al telefono. Non penso neppure al sogno che poi mi hai raccontato, quello di quella spiaggia fantastica di cui non c’eravamo mai accorti prima e del sole che sta per tramontare sull’acqua, una grossa arancia innamorata, e tu che sei seduto da solo sulla sabbia che è bianca e sottile, più bianca e sottile della sabbia vera, e che mi chiami al telefono perché vuoi che ti raggiunga. Ma il mio cellulare è spento. E tu ti alzi per venirmi a cercare mentre il sole si scioglie nell’acqua e la sporca tutta di rosso. E così io mi perdo il tramonto. E lo faccio perdere anche a te. E mentre me lo racconti, al telefono, penso che queste sono proprio le tipiche cose che sogna chi sta con una ragazza con una faccia del genere. Una faccia come la mia. Ma io adesso, mentre metto un piede davanti all’altro su questa strada sempre uguale di questa città sempre uguale non ci penso a tutte queste cose. E forse sorrido senza sforzo.

Poi, all’improvviso, mentre mi accorgo di quanto sia bello questo sole inatteso, da una finestra di un piano basso di uno stabile poco lontano, emerge una musica che si propaga come fumo nell’aria

No April rain

No flowers bloom

No wedding Saturday within the month of June

But what it is, is something true

Made up of these three words that I must say to you

 

I just called to say I love you

I just called to say how much I care

I just called to say I love you

And I mean it from the bottom of my heart

e anche se non ci sono le parole perché è una versione strumentale – forse qualcuno che si sta esercitando con il sax, perché ogni tanto ci sono dei respiri più lunghi e il ritmo per questo è leggermente sfalsato -, io la riconosco ed è una musica che viene da lontano. Ed è diversa da come la ricordavo, nonostante sia sempre la stessa. Ed è bella. Come mia madre mentre piange perché mio padre è lontano, perché è arrabbiata che lui non sia lì, a Natale, per vedermi cantare con una stella d’argento, grande come una promessa, sul petto; arrabbiata proprio come lo sono un po’ io, adesso, con te, che non sei qui per vedere quanta luce ci può essere in un giorno solo, anche in una città come questa. Allora chiudo gli occhi e la luce sparisce. Adesso siamo pari: io ti ho fatto perdere il tramonto nel sogno e tu mi farai perdere questo sole troppo chiaro per essere novembre.

Cerco il telefono nelle tasche. La tua voce è come un punto esclamativo alla fine di una frase qualunque. Non ti dico niente di importante. Figurarsi ti amo.

Ora che tutto va bene.

23 Apr

Un incubo dopo una buona notizia.

– Avevo freddo e sono tornato qui.
Ma nella stanza vuota, tra le coperte disfatte, ancora piene di vita, tu non c’eri più. C’era mia madre, ripiegata come su un segreto, che mi dava le spalle e non mi guardava. E quando io sono arrivata nel reparto che era sempre quello, ma non era lo stesso, nell’aria ho sentito quel freddo assente, come un gesto interrotto, un’attesa disillusa.
– Se n’è andato – mi ha detto mia madre voltando lentissimamente la testa e poi le spalle e il busto verso di me. Ma io non avrei voluto vederla, avrei voluto tappar,i le orecchie e strapparmi gli occhi per non sentire quelle parole sconcie e bugiarde. Lei, sempre lei la colpevole nei miei pensieri.
Mamma si è girata e tu non c,eri: non ci fosti più.
Non ha detto morto. O forse sì, ma io non l’ho sentito. E allora, uscendo dalla stanza e indietreggiando nel corridoio, ho cominciato a pensare che se non l’avevo sentito allora non era vero. E poi la sera prima eri a casa, dove non ero passata enon ti avevo salutato. Avevo pensato che avrei potuto farlo domani. Domani è meglio, sì. E domani, oggi, tu non ci sei più.
Ho sentito le orecchie ronzare, come se avessi un’interferenza telefonica nel cervello, il segnale della ti saltato, schermo bianco, e ora io che faccio. Ho ripensato a tutta la storia: tu, l’intervento, le dimissioni, a casa. Nessuno aveva mia detto morto. Allora non era vero, le cose bisogna dirle ad alta voce perché accadano. È passato un infermiere col carrello pieno di vetro e acciaio e aghi puntuti e mi è sembrato incongruo, come le cose nei sogni, perché io non ero lì e tu non eri morto, era solo un trucco di mia madre, per ottenere cosa poi.
Ma poi mi sono ricordata del freddo.
– papà ha tanto freddo – mi aveva detto al telefono la sera prima, quando non ero passata a trovarti, e ora l’avrei rimpianto per sempre, condannata, come un’eroina tragica, a convivere con una colpa che non esiste.
Avevi freddo, la ferita ti pulsava e doleva, come un amore assoluto che ci disgusta ma non si può smettere di provare.
Ti hanno riportato qui. E io non c’ero. Ora sento la testa esplodere, il corpo contratto, sgraziato, le parti insieme tutte indipendenti e inutili, e mi accascio sul pavimento e grido e grido che avevi solo freddo, che non è vero, e dentro sento tutto e in verità non sento niente – il cuore, lo stomaco, le gambe, le mani, i muscoli del viso contratti – e penso che se grido mi sveglierò, e ricomincerò a sentire e tu non avrai più freddo.
Arrivarono e mi dissero che era tutto vero.
E io strillai più forte e odiai mia madre come mai prima di allora. E l’amai come nessuno.

Quando ti vidi, nella confusione di quel momento dove io ero me e tutte le cose e nessuna, come il mondo il primo giorno del creato, solo ossigeno e anidride carbonica, eppure già case e bestie e grano e anche la tua tuta grigia, quella che ti avevo regalato, tutte queste cose e nessuna, almeno in potenza, quando ti vidi tutto smise di girare.
E tu eri vivo e stanco davanti a me, con la tua tuta grigia, e mi parlavi piano, come se la tua voce venisse da una stella lontanissima.
Non ricordo cosa mi dicesti, ma erano parole d’addio.
Ti presi la faccia tra le mani e l’accarezzai, come fanno gli amanti prima del bacio.
Ti dissi che eri stato il padre migliore del mondo, un padre grande, che nessuno avrebbe saputo fare di meglio per me. Ti dissi che ti volevo tanto bene. Poi mi abbandonai sulle tue gambe, magre, e le strinsi,
– come farò da oggi senza di te? Come farò, papà?
Io piangevo, tu no.
Mamma iniziò a ripetere
– gliel’ho detto: piglia me, ma lasciale lui. Piglia me ma lasciale lui.
E divenne all’improvviso tutto così insostenibile che desiderai che finisse in fretta. Che se c’era una vita che avrei dovuto vivere senza di te, arrivasse ora e che ti portasse via.
Non sorridevi, non piangevi, eri serio, come nei miei ricordi migliori. Solo un accenno sul viso di qualcosa che sta per sfiorire, macchie scarlatte che col tempo sarebbero diventate sempre più grandi coprendoti il viso.
Ti lasciai andare. E tu lasciasti me.
Mia madre era ancora al mio fianco. Ci rialzammo incredule e ci avviammo verso casa, che portava scritto all’ingresso il tuo nome, anche se tu non saresti tornato mai più.

Un bicchier d’acqua.

6 Feb

Un giorno, poteva essere l’agosto del 1993, mia madre è entrata in acqua. Ha agitato la mano in direzione di mio padre e ha sorriso. Poi un’onda se l’è portata sotto. La sua mano ha continuato a muoversi, dentro e fuori dall’acqua, a intermittenza, un po’ più rigida e frenetica, con un’urgenza scomposta. Ma papà stava leggendo sulla spiaggia. Fu un ragazzone volenteroso a salvarla prima che annegasse in mezzo metro d’acqua. Finito il capitolo, mio padre si arrabbiò con lei: come diamine si fa ad affogare a riva?

Dodici anni fa ho detto “Basta, lascio l’università”. Ho sbracciato, qualcuno mi ha preso per pazza; non mia madre, anche se non capiva, e, questa volta, a modo suo, nemmeno  papà s’è fatto distrarre e mi ha tirata fuori.

Mia madre si è iscritta in piscina a sessant’anni. Non è stato come per la bicicletta: sta imparando a nuotare.
Ora sa andare anche con la testa sotto.
Stamattina s’è calcata gli occhialini troppo forte sugli occhi, “perché s’appannano se no”, ha detto, e la pressione le ha fatto schizzare un capillare: il sangue nel bulbo ora stona come una macchia di sugo su una camicia bianca. E’ imbarazzante.
Mi ha detto che ha cercato di rientrare comunque in acqua, ma poi ha pensato che fosse meglio non rischiare.

Io so nuotare da quando ho quattro anni. Una volta mi hanno detto che ho i bulbi così bianchi da sembrare azzurri. E’ segno di buona salute. A ventun anni ho lasciato l’università. La prima, poi c’è ne sono state altre.
L’ho fatto perchè volevo imparare. Volevo solo fare quello che sapevo di poter fare per bene. E allora perché anche ora che ci sono riuscita, continuo ad aver paura?

Non si annega in mezzo metro d’acqua, figuriamoci in un solo bicchiere.

La seduzione del pesce

24 Apr

Un'esperienza liminale

Gioia, lo vuoi il pesce?

Uh, sei tu, signorina, che me lo chiedi a mezza voce e mi accarezzi la spina dorsale che s’è fatta lisca e io sirena ammaliata però dalla tua di voce e dai tuoi occhi Blu Vetril che mi guardano immobili tanto che mi tocca abbassare i miei.
Signorina, non so perchè tu debba sedurmi per vendermi un paio di fette di pesce spada, Fresco, lo abbiamo portato stamattina dalla Sicilia, dici, e non ci credo ma sono già con la mano al portafogli e ti chiedo A quanto me lo fai.

Per te a 25 euro.

Prendi i soldi e dammi anche due bei gamberoni darling, così avrei dovuto risponderti. E invece me ne vado lisciandomi i capelli con le pinne e il sacchetto al braccio.

Sono diventata una sirena, me ne accorgo da lì a pochi passi: i flutti invisibili si aprono al mio passaggio e pescatori-mercanti neri e bianchi mi ripetono l’invito Pesce? Pesce Signorina? e ridono e mi guardano la coda e mi volto e la vedo anche io che fino a quei primi ottanta passi non mi ero accorta di averla.

Il mercato del pesce è bianco e lustro, è pesci con le branchie umide, gli occhi languidi, i mitili con le valve aperte, un tunnel dell’amore in cui entri umano ed esci marino, sirena o pesce siluro che tu sia, sogliola, branzino, murena o cozza. E la metamorfosi passa per l’olfatto, che è sgradevole all’inizio, ma insistente come un pretendente innamorato.

E allora Donne, entrate e lasciatevi sedurre.

Ha trovato quello che desidera?

Mi ha tradito. Non ha comprato da me. Lo butti quel pesce!

E il pescatore-mercante, questa volta uomo per davvero, ti si getta ai piedi , si strappa il cuore di vongola e lo apre palpitante davanti ai tuoi occhi.

Camminando i passi rimbombano dentro quel padiglione bianco e si sentono gli schizzi del mare, le onde, espiri bollicine, manco fossi nella Grotta Azzurra.

Esco. Ci vediamo la prossima settimana. Il pesce fa bene bisognerebbe mangiarlo almeno ogni cinque o sei giorni. Contiene fosforo.

Quando vuoi Gioia, per te ci sarà sempre lo sconto.

Oh, lo so che non è vero, ma tu dimmelo ancora. La mia lisca vibra nella schiena. Brrrr.

Donne, come vi lusingheranno i pescivendoli, non lo farà nessuno: diretti, ma con garbo.
Lo scoprirete al mercato coperto del pesce.
Poi uscirete fuori e un pusher vi dirà Biondina e in quel momento capirete che è tutto finito.

A casa sfoglio “Pesca alla trota in America” di Brautigan per trattenere più a lungo quella sensazione anfibia che già sento scivolare via.
Consiglio la lettura del racconto Cavalier, Cavalier del mare perchè quando sarete uscite dal mercato del pesce, saprete tutte benissimo che cosa vi è successo là dentro, anche se gli altri si limiteranno a dire che avete comprato del salmone e qualche etto di gmberoni.

Citazione

“Io vado a lett…

23 Apr

“Io vado a letto solo con un goccetto di bianco e senza tende alle finestre”

LaRoche

Cronache Massaie

23 Apr
Scienze Domestiche e Filosofia del Fornello

Scienze Domestiche e Filosofia del Fornello

Tempo fa dicevo di identificarmi in una casalinga disperata: ventenne, single e piena di belle (grandi) speranze, con un lavoro disprezzato, ma pagato; in realtà non avevo capito niente.

Bisogna arrivarci ai compleanni per comprenderne le conseguenze. Il mio pallottoliere conta tre decine e, a breve, una unità. Ma a questo non voglio pensare. Ricordo ancora il mio disgraziato trentesimo compleanno, quando temevo per il crollo della mia struttura meta-fisica, invece, in perfetto stile psicomagico jodorovskiano, una medusa adagiata sulla mia faccia e su altre zone non erogene del mio corpo, mi ha ricordato che non va bene fasciarsi la testa prima di cadere.La mia impalcatura, grazie anche al benefico influsso di reggiseni e jeans attillati, tiene ancora. La psiche vacilla, ma chi mi conosce sa che per me questo è motivo di vanto e privilegio. E’ lo status ad essere cambiato.Per questo nasce oggi una rubrica collaterale di Estrogenia: – CRONACHE MASSAIE – una fenomenologia dei trent’anni  al femminile spiegata attraverso il paradigma delle disoccupazione. 

Non sono più la squinzia di un tempo e, in un certo senso, ho anche messo su famiglia. Certo, mantengo la mia ferma convinzione che io un pene non lo voglio, continuo a credere che il mondo si divida in tettisti e culisti, penso che l’uomo ideale sia una strategia educativa per femmine, ma un fidanzato, come il compleanno dei trenta, ti cambia la vita. Una laurea o un diploma (master, chiamatelo come volete) no. Ma questo è un altro paio di maniche arrotolate.

Cronache Massaie è lo spazio in cui proverò a raccontarvi questa nuova versione di me, una me massaia per davvero, per necessità, per mancanza di alternative.

Non so ancora bene cosa succederà qui dentro, credo troveranno posto le ricette della nonna, i consigli della mamma, i rimedi della zia e i disastri miei.
A volte capitombolerò in qualche sfogo.
Potrei improvvisare una rassegna stampa (le casalinghe hanno un sacco di tempo per leggere i giornali).
Parlarvi di cosa sto leggendo (si sa che il romanzo nasce come forma d’intrattenimento per signore. Anche se a fare buona letteratura pare siano soprattutto gli uomini, che pare pure cucinino e giochino meglio a pallavolo).
Provare a convincervi che massaia non significa zitella.

E ora vi lascio, che c’ho i panni da stirare.

Le donne ce l’hanno duro

23 Gen
Kahlo sul cuore

Secondo il mio amico Luigi, è scientificamente provato. Io non ne ho mai saputo un bel niente della superficie del cuore: muscolo liscio, ritmico susseguirsi di sistole e diastole, TUM TUM; TUM TUUUM TUM nel caso di una forte emozione. Tutto qui. Già sapere che dentro ho delle cose che si muovono mi rende inquieta: è colpa dell’ipocondria se sono ignorante; e mica c’è da scherzare con quella, è una malattia serissima, come testimonia quella volta che (l’altro ieri) scoprii di avere i leucociti alti nelle urine e iniziai a chiamare in preda al panico i miei amici gridando in lacrime “Non voglio morire!”.
Tornando al cuore, per un po’ mi sono anche dimenticata di averlo, alle prese con un fegato ben più appesantito.
E’ stato un sogno a ricordarmi di quel muscolo intorpidito. E quando l’ho raccontato a Luigi lui, che sa un sacco di cose inutili, ma curiosissime, mi ha detto: “Guarda che il cuore delle donne è ricoperto da uno strato più spesso di grasso apposta per essere più resistente, così può sopportare lo stress della gravidanza! Hai fatto un sogno premonitore!”. Io che questa cosa dei sogni premonitori me la porto un po’ appresso, mi sono allarmata e gli ho detto mavatteneaffanculo, perché un po’ avevo paura che me la stesse mandando. Poi ci ho pensato e mi è sembrato più semplicemente che il mio cuore volesse mandarmi un segnale.

Comunque il sogno non premonitore è questo.
Da qualche tempo mi sento affaticata. Soffro spesso di tachicardie e aritmie. Vado a farmi vedere e il cardiologo mi dice che ho un callo sul cuore. Non è una cosa grave, ma va rimossa, altrimenti potrebbero esserci delle complicazioni. Ed è come se lo vedessi il mio cuore maltrattato, con quel rigonfiamento giallo, simile al durone che aveva mia madre sul mignolo, che quando ero piccola mi disgustava. E’ un cuore come quello di Cristo: si vede anche da sotto i vestiti, la pelle, la cassa toracica, come se quella zona del corpo mi fosse diventata trasparente e chiunque ci potesse spiare dentro. Insomma il mio cuore sta lì, con il suo callo, circondato da una specie di luminosità sacrale e dorata. Mi sento un po’ la Madonna: portatrice di una malformazione privilegiata (anche quella lì, che partorisce senza prima essersi goduta il bello della faccenda, doveva averci qualche cosa strano all’utero o forse era semplicemente come una lumaca, ermafrodita, in grado di fare da sola senza sporcarsi le mani).
Insomma sono molto agitata per questa faccenda del callo sul cuore.
Arriva sempre un momento nei sogni in cui c’è un’ellissi temporale per cui improvvisamente cambia tutto e ci si trova in un posto nuovo, in una situazione differente, senza che logicamente sia stato possibile determinare che sia successo. A pensarci anche un po’ nella vita è così, ma nei sogni è peggio e quando cerchi di raccontarli dici “E poi non so bene dirti come, mi sono trovato” e anche io, senza sapervi dire bene come, mi trovo all’improvviso dentro un reality in cui due equipe mediche si sfidano: chi vince mi opera il callo sul cuore. Quello che è successo è che i miei non potendo permettersi di pagarmi l’intervento, mi hanno iscritta a questo reality in cui ogni settimana in diretta viene eseguito, dall’equipe vincente un intervento su un fortunato paziente.
Insomma, io inizio ad agitarmi, con tutti sti dottori che litigano e che si contendono il mio cuore. Compare Luigi (altro elemento predittivo?) nel mio sogno e io gli dico “Ma perché io devo fare ‘st’intervento? Io non lo voglio fare”. Allora qualcuno mi mette una bambina bionda in braccio dicendomi “Lei ti aiuterà a superare l’intervento. Torna per lei”. E mi sveglio.

Ecco io non so bene che cosa significhi. Sicuramente Luigi ha toppato sulla gravidanza, perché sono passati vari mesi e io ho anche iniziato a prendere la pillola. Però questa cosa del callo sul cuore ogni tanto mi torna in mente e mi fa pensare a questo muscolo che se ne sta tutto solo lavorando duro per me. E a come l’abbia maltrattato.
E forse il sogno voleva semplicemente dire questo: senza fronzoli.
Allora io l’ho ascoltato. Sto smussando il callo.
Forse solo su una cosa Luigi ci ha preso: il cuore delle donne è infinitamente più duro di quello degli uomini. E non me ne vogliano i maschietti se lo dico: in fondo a loro diventa dura un’altra cosa!